
Incontri con Gesù
episodi di incontri con Cristo
Table of Contents
autori vari
I brani che seguono sono stati scritti anni fa da giornalisti cattolici per la rivista Tracce. Essi hanno perciò una natura giornalistico-divulgativa piuttosto che scientifico-accademica.
Ciò non toglie che essi siano frutto di una sincera passione per l'Oggetto trattato
Zaccheo
Il piccolo grande uomo
di Giancarlo Giojelli
La faccenda è tutta raccontata nel Vangelo di Luca, cronista attento all’essenziale: Gesù sta andando verso Gerusalemme, ha attraversato la Samaria, ha raccontato parabole che hanno scosso il cuore di molti, ha scacciato demoni e guarito malati, ha confuso i farisei che si scandalizzavano persino nel vedergli fare miracoli di sabato, ha già incontrato il giovane ricco e detto a chiare lettere la sua sul pericolo che la ricchezza distolga dal Regno di Dio. La sua strada passa per Gerico, la più antica città del mondo. Quando attraversa l’abitato, al centro di una splendida oasi a pochi chilometri dal Mar Morto, circondata dal deserto e dalle montagne, c’è una folla enorme intorno a Lui, e c’è, tra la folla, Zaccheo. Era un personaggio famoso e famigerato, ben noto a tutti, «capo dei pubblicani e ricco», scrive Luca. Ricco: di quelli, appunto, per i quali la porta del Regno dei cieli sembra davvero stretta. I pubblicani, poi, erano peggio che ricchi, erano disprezzati, quasi impuri. Erano quelli che avevano fatto soldi riscuotendo le tasse per conto dei romani. L’esattore delle tasse non è mai stato molto amato, e non è mai stato nemmeno tanto popolare, in nessun Paese del mondo: in più il pubblicano ebreo rappresentava una doppia bestemmia. Ebrei che chiedevano denaro ad altri ebrei per conto dell’odiato impero romano, quello che il Messia doveva cancellare, almeno nelle attese del popolo. Un momento che sembrava imminente, visto il brulicare di movimenti indipendentisti e di attese messianiche nei giorni di Gesù. Insomma, i primi a subire le conseguenze della cacciata dei romani a opera del Messia, secondo le attese della gente, dovevano essere proprio i pubblicani, quella gentaglia lì. E poi c’erano i frequenti contatti con i pagani, che li rendevano poco raccomandabili, quasi indegni di entrare nel Tempio. E magari, per rendersi ancor meno simpatici, facevano qualche cresta sui soldi.
A tutti i costi
Insomma, quanto di peggio, di meno morale, si poteva incontrare. E Zaccheo era il loro capo: Luca lo descrive come «piccolo di statura»; la folla lo blocca facilmente e nessuno gli fa il favore di scansarsi, evidentemente. Zaccheo aveva dalla sua una sola dote, una incredibile curiosità, letteralmente moriva dalla voglia di vedere Gesù, non sapeva, forse, nemmeno lui perché. Ma doveva vederlo a tutti i costi, a costo del ridicolo. «Cercava di vedere quale fosse Gesù - scrive ancora Luca -, ma non gli riusciva». Il quadro descritto nel Vangelo si anima: Zaccheo ci prova, si agita, ma non c’è niente da fare. Allora corre avanti, piccoletto ma veloce e agile, sale su un albero, si arrampica e si rannicchia su «un sicomoro», precisa Luca, e sicomori come quelli ce ne sono ancora a Gerico, alti, frondosi, con tanti rami che partono dal basso: è facile arrampicarvisi. Sapeva che Gesù doveva passare di lì. Il Vangelo non si attarda a descrivere cosa provasse Zaccheo in quel momento: curiosità, certamente, forse qualche confuso senso di colpa per una vita non certo esemplare, magari l’intuizione che qualcosa poteva succedere, qualcosa di davvero nuovo. Forse. Chissà. Si dicevano tante cose di quel Nazareno. Il Vangelo sta ai fatti. Gesù arriva e subito alza lo sguardo, vede il ricco, il pubblicano, l’impuro, il capomafia, appeso ai rami. Una scena forse un po’ ridicola, un po’ patetica, ma si può pensare che in quel momento ben pochi ridessero e si commuovessero. Quel piccoletto era cattivo e peccatore e aveva derubato molti poveri. C’è un incrociarsi di sguardi, quello di Gesù, che la folla segue con il fiato sospeso: «Chissà cosa dirà ora…». Lo sguardo che solo i discepoli conoscevano bene, e che ogni volta segnava l’accadere di qualcosa, di qualcosa di inaspettato, ma che non poteva essere che “quello”, sarebbe stato così chiaro tra poco.
«Vengo a casa tua»
Lo sguardo di Zaccheo: «Mi ha visto, e ora?». Lo sguardo alzato della folla: «Ma guarda dove si è andato a cacciare…, ma certo Gesù saprà di chi si tratta, che razza di personaggio c’è su quel sicomoro!». Don Giussani ha rievocato più volte quel momento: «Possiamo immaginarci quando passa sotto quella pianta dove c’è su, rannicchiato, Zaccheo, il capo della mafia di tutto il Nord Est di Gerusalemme: di Gerico. Si ferma e lo guarda: “Zaccheo - gli dice il nome -, Zaccheo, fa’ in fretta a scendere, vengo a casa tua”. Ma non c’è possibilità di tenerezza come questa tra noi; siamo luridi, zotici, siamo pietre rispetto a questa cosa qui: Zaccheo». Val la pena di leggere e rileggere le parole di Gesù, che Luca trascrive fedelmente perché dovevano essere rimaste impresse nel cuore degli apostoli, parole inattese per tutti, per i discepoli, per la folla, figuriamoci per Zaccheo: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». E quel che succede è sorprendente, perfino il cronista del Vangelo questa volta non può fare a meno di riportare il tumulto di sentimenti che si scatenano: Zaccheo «in fretta scese e lo accolse pieno di gioia», quasi un balzo giù dall’albero, mentre la folla si discosta e mormora: «È andato ad alloggiare da un peccatore!». La stessa folla che stringeva Gesù, che poco prima era intorno a Lui mentre ridava la vista a un cieco, e anche allora aveva cercato di zittire quell’inopportuno handicappato che gridava troppo forte. Ma questo era troppo: quel pubblicano! Quel capomafia! Quel peccatore! Zaccheo nel frattempo doveva essersi inginocchiato o forse era caduto scedendo dall’albero, perché il Vangelo dice che «si rialza» e in fretta dice a Gesù la prima cosa che gli viene in mente ed è una cosa enorme per lui che aveva fatto del denaro, della furbizia, della frode il suo vero dio: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Era ben più di quanto prescrivesse la legge giudaica e romana. E Gesù gli risponde, evidentemente parlando anche alla folla: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo è infatti venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».
La parabola delle mine
E già che è in vena di mettere le cose in chiaro, rincara la dose raccontando la parabola delle mine, quella del nobile che parte e affida ai servi il suo denaro e quando torna con un titolo regale, nonostante l’opposizione dei suoi concittadini che lo odiavano, li chiama e li premia a seconda degli interessi che hanno ricavato dai soldi. L’unico che aveva conservato gelosamente e segretamente la mina - più meno cento paghe giornaliere di un operaio - che gli era stata consegnata senza metterla a frutto viene punito e i soldi vengono dati a chi aveva ricavato il maggior interesse. E a chi obietta: «Ma quello ha già dieci mine!» il Re risponde con parole dure: «A chiunque ha sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E i miei nemici che non volevano che diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me». È l’ultimo incontro e l’ultima parabola che Gesù racconta sulla strada verso Gerusalemme, dove si consumerà la sua Passione. E dopo il pranzo a casa di Zaccheo si incammina Gesù verso la Città Santa, e dietro di lui c’è già la folla che presto se ne andrà e i pochi che gli resteranno accanto spauriti. E fra questi ci sono almeno due pubblicani, gli intoccabili: Zaccheo, appunto, e Levi, figlio di Alfeo, chiamato Matteo, anche lui pubblicano, esattore di imposte, che ha abbandonato il suo ricco mestiere quando Gesù davanti al suo banco lo ha indicato a dito e gli ha detto solo «Seguimi!», «e lui si alzò e lo seguì». E diventerà l’apostolo ed evangelista Matteo.
Semplicità di cuore
Anche Levi ha avuto Gesù come ospite a pranzo, e anche nella sua casa erano entrati a mensa pubblicani e peccatori e anche allora i bravi osservanti devoti farisei si erano scandalizzati, ma Gesù aveva tagliato corto: «Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». Dilatando il cuore, ora come allora, a tanti poveri cristi come noi che non riescono a non peccare, ma che in quell’uomo, in quel Tu, in quel sentirsi chiamare per nome, teneramente, avevano incontrato la possibilità di una vita più grande, il Paradiso. E la morale divenne da allora qualcosa di molto più semplice che seguire impossibili regole: «È la semplicità del cuore - dice don Giussani -. Ti ringrazio, Padre, perché hai nascosto queste cose a coloro che si credono qualche cosa e le hai rivelate ai semplici. Chi è il semplice? È l’uomo morale. Chi è l’uomo morale? Colui che non fa nessun assassinio? No, uno può commettere cento assassinii ed essere morale. Il pubblicano in fondo al Tempio. Nel Vangelo non c’è scritto: “Uscì dal Tempio e non fece più il pubblicano”; continuò a fare il pubblicano. E Zaccheo fu raggiunto dalla misericordia quando era appollaiato su quell’“affare” per vedere Gesù. Da nessuna parte nel Vangelo è detto che Zaccheo non ha più litigato con la moglie. È detto che ha offerto ai poveri la metà dei beni: qualche cosa ci deve essere, altrimenti non è cambiato niente! È la semplicità del tuo cuore, perché la tua salvezza non dipende da altri, ma dipende dall’Altro. E il rapporto con l’Altro è definito dalla parola semplicità, o povertà di spirito, o essere bambino». E i bambini, si sa, vanno matti per arrampicarsi sugli alberi.
La Samaritana
«Mi ha detto tutto quello che ho fatto»
di STEFANO ZURLO
Sgombriamo subito il campo da certe immaginette dolciastre, sentimentali, dal sapore vagamente hollywoodiano. Imbattendosi nella Samaritana, Gesù incontra un tipo tosto, all’altezza, capace di tenergli testa. Il racconto di Giovanni non è nemmeno un santino, ambientato in una cornice favolistica. Tutto il contrario. A cominciare dall’ingombrante e non edificante biografia della donna: «Gesù - è il parere di Vittorio Messori - frequenta le cattive compagnie e gli evangelisti sono costretti a scrivere pagine di cui avrebbero fatto volentieri a meno». Il teleobiettivo di Giovanni va a inquadrare un fazzoletto di terra, «nella città della Samaria chiamata Sychar, presso il luogo che Giacobbe dette a Giuseppe suo figlio». Scrive l’insospettabile Renan: «Soltanto un giudeo della Palestina che era passato spesso per l’entrata della valle di Sichem, ha potuto scrivere queste cose». E Giuseppe Ricciotti illumina altri dettagli per scacciare l’ipotesi, affacciatasi in questi duemila anni, che il brano sia solo un’invenzione simbolica. «Siamo a mezzogiorno (ora sesta)», si legge nella Vita di Gesù. Nostro Signore, «stanco e sudato, si riposa presso il pozzo». Un caso: «È solo perché i discepoli sono andati nella città attigua a comprare da mangiare». Già che c’è, l’erudito Ricciotti completa a nostro vantaggio la ricognizione geografica: siamo a poche centinaia di metri «dall’antichissima città di Sichem, esistente già verso il Duemila avanti Cristo, ma che ai tempi di Gesù era in piena decadenza e scarsamente abitata. Presso le sue rovine sorge il villaggio di Balata». Insomma, la Sychar della narrazione non può che essere Sichem (Balata). Ed è a due passi dal villaggio che avviene l’incontro-scontro. Jacopo Tintoretto dipinge nella seconda metà del Cinquecento una donna dal corpo imponente, massiccio, che fronteggia Cristo con sguardo severo prima che rapito (opera proveniente dalla chiesa di San Benedetto a Venezia e oggi agli Uffizi). Ed è così che ci piace immaginarla, anche se i volti dei due protagonisti, realizzati dalla mano dell’artista veneziano, sono fin troppo estenuati. Siamo comunque lontani anni luce dalla «femminetta samaritana» del Purgatorio dantesco, «la povera donna di Samaria» nella parafrasi di Vittorio Sermonti. La donna è tutt’altro che una poveretta o, se lo è, lo è come tutti noi, prima dell’incontro con il Salvatore.
Giudei e samaritani
Semmai è prevenuta, come tutti i samaritani, nei confronti degli altri ebrei. Vecchia storia, quella. E ancora una volta è Ricciotti a spiegarcene i termini: «Mentre la Giudea, con la sua capitale Gerusalemme, formava la vera roccaforte del giudaismo, la sovrastante Samaria rappresentava uno stridente contrasto etnicamente e religiosamente». Perché? Perché i samaritani adoravano Dio sul monte Garizim e lì avevano costruito il loro tempio. «Naturalmente per i samaritani il Garizim era il luogo del legittimo culto al Dio Jahvè, in contrapposto al tempio giudaico di Gerusalemme, e soltanto essi erano i genuini discendenti degli antichi patriarchi ebrei e i depositari della loro fede religiosa. Di qui ostilità continue e rabbiose fra samaritani e giudei, tanto più che la Samaria era un transito obbligatorio fra la sovrastante Galilea e la sottostante Giudea». Una “guerra fredda” che incredibilmente, documenta lo storico del cristianesimo, non è ancora cessata «da parte dei miserabili avanzi di samaritani dimoranti ai piedi del Garizim».
Figurarsi, dunque, se una donna dalla vita complicata e dallo spirito inquieto poteva farsi ammaliare da un giudeo. Né, d’altra parte, Gesù ha intenzione di darle ragione, di concederle almeno il pareggio sul piano della disputa per portare a casa il risultato più importante. Assolutamente no. I due dunque si affrontano in quello che Giacomo Contri definisce in Sanvoltaire un «qualcosa di simile a un contrasto medioevale in prosa, del genere Cielo D’Alcamo o Jacopone. Un dialogo amoroso-politico». Gesù - incalza lo psicoanalista - è uno che quello che ha da dire non lo manda a dire». E lei? «Lei è donna interessante, scaltrita, politico-religiosamente formata». Parlano dell’acqua, poi dei cinque mariti di lei; Gesù in due parole mostra di conoscere tutta la sua storia tormentata e lei para il colpo alla sua maniera: riconosce che è un profeta, circostanza che non le fa impressione più di tanto perché i profeti sono familiari con la storia del suo popolo, infine «la butta in politica e religione», appunto virando verso la spinosissima querelle samaritani-giudei. «I nostri padri - è il suo affondo - hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù replica per le rime: «Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai giudei». «Fin che ci divideremo fra bianchi o neri, giudei o samaritani - prova a interpretare Contri - abbiamo ragione noi e torto voi. Gesù non fa dell’ecumenismo paralizzante».
Controsenso
Ma poi Cristo mette la freccia, «rilancia oltre il limite», alza il sipario rompendo l’equilibrio. E si presenta in anteprima per quel che è: il Messia. E con l’avvento di Cristo è giunto il momento «in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità». È la fine della contesa ed è per lei la scoperta di un’altra dimensione. «A questo punto - nota Ricciotti - la donna s’avvede di ritrovarsi in una sfera sconosciuta». Altro che santini o santoni. «Ora - prosegue Ricciotti - proprio a questa donna non giudea e di razza ostile ai giudei, Gesù rivela di essere il Messia mentre più tardi comanderà ai suoi stessi discepoli di non palesare questa sua qualità». Un controsenso? No, secondo lo studioso: «Appunto nell’ostilità dei samaritani sta il segreto di questa preferenza: presso di loro era ben difficile che a quell’annunzio si suscitasse un movimento di entusiasmo politico, il quale era invece probabilissimo presso i giudei, mentre Gesù voleva evitarlo a ogni costo». Una spiegazione che chiarisce fino a un certo punto; lo scandalo c’è ed è evidente: ci vuole quella signora dal curriculum impresentabile per far scoccare la scintilla. Siamo in un altro mondo. Al termine di un dialogo serrato e in cui ciascuno ha fatto la sua parte, Cristo spalanca le porte di un’altra città e di un altro regno. Per la Samaritana, che non è stata la spalla scialba e obbediente di un copione già scritto, comincia l’avventura della fede e soprattutto la scoperta di un’umanità più viva e grande. Definitiva, per la forza e la profondità con cui quell’uomo ha parlato. Ed è in quel territorio inesplorato che ella s’inoltra prima di sparire nell’ombra. La sua vita è cambiata. «La conversione - nota don Giussani - è riconoscere. Il resto verrà nel tempo. Non è detto nel Vangelo che la Samaritana abbia allontanato il suo sesto uomo, con cui era insieme». Come non è detto che «il pubblicano, uscito dal tempio, abbia distribuito tutte le sue sostanze ai poveri». Ma, certo, quella donna lo ha riconosciuto. E Giussani descrive anche la conversione: «Immaginatevi come quella donna si è sentita trapassare, possedere dallo sguardo di quell’uomo che la sapeva, la conosceva. È una modalità di possesso profondamente, inconcepibilmente diversa per noi, ma inizialmente sperimentabile». Come?
Il vero possesso
«Se un uomo - insiste Giussani - dice di amare la sua donna e non giunge sulla soglia dell’esperienza di questo tipo di possesso, non ama la sua donna. Perché è immensamente più grande l’intensità di possesso, di sguardo e di possesso che un uomo realizza guardando da un metro o da due metri o da dieci metri la sua donna investendola secondo la grandezza del mistero del suo rapporto con l’essere, col destino, che lascia intravedere attraverso le sue fattezze tutta la forza di fascino e di proposta che ha per il suo cuore d’uomo, per il suo destino d’uomo; è molto più grande questo sguardo e questo possesso di quando la possiede».
Cristo parla al cuore e parla alla ragione. Il rapporto con Cristo passa attraverso la carne e dentro la carne - mai in alternativa a essa o mettendola fra parentesi - ci è comunicato qualcosa di più grande e a noi sconosciuto. Chissà che sorpresa dev’essere stata quell’intensità di possesso così casta per la Samaritana, donna vissuta e tutto fuorché ingenua. Per di più con un uomo estraneo che nulla ha tentato per rendersi più simpatico. Ma Cristo ha rivelato a «quella donna tutto ciò che ha fatto e non esiste nulla di più divino per il cuore dell’uomo: uno che conosce tutto ciò che ho fatto. E la Samaritana corre a dirlo e diventa subito missionaria». Un miracolo nel miracolo, perché - ricorda Ricciotti - i samaritani che rimasero «soggiogati» dalle parole di Cristo erano gli stessi samaritani «che ordinariamente preferivano bastonare a sangue o addirittura ammazzare i giudei di passaggio sulle loro terre».
Duemila anni dopo, con altre modalità, la sfida è sempre la stessa.
Lazzaro
Lazzaro o dell’amicizia di Cristo
DI PINA BAGLIONI
Non una sua parola. Né un gesto. Non un’espressione o un’emozione. Non si sa neanche che faccia abbia avuto. Il suo volto ha “attraversato” oltre due millenni nascosto da un sudario.
Il suo nome, Lazzaro di Betania, è intrecciato a un altro, Giovanni: Giovanni, infatti, è l’unico dei quattro evangelisti che riferisca della sua resurrezione, avvenuta per opera del Signore.
Lazzaro e Giovanni, i prediletti per eccellenza: le due persone tra le più amate da Gesù nella sua vicenda terrena. Tanto che il primo fu sottratto alla morte a quattro giorni dal decesso.
Che Lazzaro fosse amico del Signore lo sapevano tutti: l’unico di cui il racconto evangelico riporti l’espressione «il nostro amico Lazzaro». Eppure non faceva parte della ristretta cerchia dei discepoli, né lo seguiva nelle sue peregrinazioni.
Egli aveva due sorelle, Marta e Maria. Una casa a Betania, un villaggio ricavato sulle pendici orientali del monte degli Ulivi, al limite del deserto di Giuda. Con i suoi quindici stadi (tre chilometri circa) di distanza da Gerusalemme, rappresentava l’ultima sosta per chi, provenendo da Gerico, saliva verso la città.
Come si sa, il Signore non aveva casa: l’abitazione di Lazzaro rappresentava il suo ritiro quando si trovava da quelle parti, tra la Galilea e la Giudea. Ad attenderlo, Marta, il “motore” della casa. Maria, l’altra sorella di Lazzaro, all’arrivo di Gesù mollava tutto per accovacciarsi accanto a lui e non perdersi neanche una virgola di quello che diceva.
«Il nostro amico Lazzaro si è addormentato»
E poi c’era Lazzaro: i fatti che lo riguardano avvengono due mesi dopo la festa della Dedicazione, festa che cadeva il 25 del mese Kislew, vale a dire alla fine di dicembre, e ricordava la consacrazione del Tempio fatta da Giuda Maccabeo nel 164 a.C.: si chiamava anche “festa dei lumi” per le grandi luminarie che vi si accendevano, e per lo spirito nazionalistico che la permeava. Si doveva, dunque, essere alla fine di febbraio o ai primi di marzo dell’anno 30.
Gesù si trovava in quel momento in Transgiordania, detta all’epoca Perea, precisamente dove Giovanni il Battista aveva amministrato il suo battesimo, e aveva intenzione di rimanerci per qualche tempo.
Proprio lì lo raggiunse la triste notizia, da parte di Marta e Maria, della malattia di Lazzaro. Una malattia gravissima, a quanto pare, se le due ragazze reclamavano addirittura la presenza del Signore accanto al loro fratello. D’altra parte, Perea distava da loro poco più di una giornata di cammino.
Ecco come Giovanni (11,3 ss.) narra il messaggio delle sorelle e il successivo comportamento di Gesù: «Le sorelle mandarono dunque a dirgli: “Signore, ecco, il tuo amico è malato”. All’udire questo, Gesù disse: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato”. Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro».
Il comportamento del Signore spiazzò tutti. Ci si aspettava, infatti, che quella grande amicizia, quel grande amore per i tre fratelli spingesse Gesù a scapicollarsi alla volta della casa di Betania; invece no. Quando il Signore «ebbe sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava. Poi, disse ai discepoli: “Andiamo di nuovo in Giudea!”».
Va a questo punto considerato un fatto di grande importanza: mettere piede in Giudea in quel momento significava avvicinarsi praticamente a Gerusalemme, visto che Betania era a soli tre chilometri dalla città. Vale a dire nel covo dei nemici di Gesù. I discepoli si allarmarono e gli manifestarono apertamente le loro ansie: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?».
A cosa si riferiscono esattamente i discepoli? Si riferiscono al fatto che, due mesi prima, Gesù, interrompendo la sua peregrinazione lungo la Giudea, si era recato a Gerusalemme a continuare lì il suo ministero, proprio durante “la festa dei lumi”, che, come è stato già accennato, accendeva non poco lo spirito nazionalistico dei Giudei. E la sua presenza in città fu subito notata, tanto da divenire oggetto di particolare attenzione e sorveglianza da parte delle supreme autorità del giudaismo, che lo stavano “puntando” da un pezzo. E proprio in quell’occasione, dopo averlo a lungo provocato sulla sua identità, i Giudei avevano sperato che lui ammettesse di essere il Messia per poterlo denunciare ai romani come agitatore politico. Gesù evita in quell’occasione la risposta diretta, ma afferma di essere «una cosa sola con il Padre». Risposta che provoca, comunque, la reazione violenta dei Giudei, che tentarono di mettergli le mani addosso per poi lapidarlo. Per fortuna il Signore «si nascose e uscì dal Tempio».
Non si capisce fino in fondo l’amore per Lazzaro senza ricordare fino a che punto Egli avrebbe rischiato nel riavvicinarsi a Gerusalemme. Gesù dunque disse: «Il nostro amico Lazzaro si è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Parole che confermarono i discepoli nell’errore, considerando il fatto che Gesù, alla notizia della malattia dell’amico, l’aveva definita non mortale. E soprattutto perché era rimasto dov’era ancora per due giorni, invece che correre al capezzale dell’amico. E quindi risposero fiduciosi: «Signore, se s’è addormentato, guarirà».
Non dicono «si sveglierà», ma «guarirà». C’era un motivo: la medicina ai tempi di Gesù considerava il sonno profondo come il sintomo che l’organismo stava reagendo contro la malattia e cominciava a liberarsene. «Allora Gesù disse loro apertamente: “Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!”».
A quel punto i poveri discepoli non capirono più nulla. Lazzaro era morto, dunque non c’era più motivo di andare da lui. Tanto più che recarsi in Giudea significava cacciarsi nel covo dei Farisei e dei sommi sacerdoti. Poveretti, erano tenuti in mezzo dalla paura nera di rischiare la pelle fra quegli astiosi nemici e la dedizione assoluta nei confronti di Gesù, che appariva irremovibile nell’idea del viaggio. Tommaso fece opera di persuasione tra i suoi amici, mettendo però in evidenza la totale sfiducia sull’esito finale: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Tutti, dunque, si misero in cammino verso Betania, arrivandovi in una sola giornata.
«Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto»
E a questo punto non si deve far altro che ripercorrere la narrazione di Giovanni, tanto è commovente e precisa nei dettagli: «Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era già da quattro giorni nel sepolcro. Betania distava da Gerusalemme meno di due miglia e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello. Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, egli te la concederà”. Gesù le disse: “Tuo fratello risusciterà”. Gli rispose Marta: “So che risusciterà nell’ultimo giorno”. Gesù le disse: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?”. Gli rispose: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo”. Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: “Il Maestro è qui e ti chiama”. Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: “Va al sepolcro per piangere là”. Maria, dunque, quando giunse dov’era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. Gesù, allora, quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e si turbò».
Presso i Giudei i morti venivano sepolti il giorno stesso del decesso. Si pensava, infatti, che l’anima del defunto si aggirasse per tre giorni attorno alla salma, sperando di penetrarvi di nuovo, ma al quarto giorno, cominciando la decomposizione, essa se ne allontanava per sempre. Le visite dei parenti e degli amici per le condoglianze si prolungavano per sette giorni, ma erano più numerose nei primi tre. I visitatori esprimevano il loro cordoglio dapprima con la tipica rumorosità orientale, alzando grida e lamenti, piangendo, strappandosi le vesti e infine rimanevano per un certo tempo seduti a terra in cupo silenzio.
«Lazzaro, vieni fuori!»
Quando Gesù arrivò, le due sorelle erano circondate da questi visitatori per le condoglianze. A Gesù andò incontro per prima Marta, poi si mosse anche Maria, seguita dai visitatori. Scambiate poche parole con le sorelle e viste tutte quelle persone addolorate e piangenti, «Gesù si commosse profondamente e si turbò», come uomo vivo e vero, capace di provare gli stessi sentimenti di tutti gli altri. «E disse: “Dove l’avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere”. Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: “Vedi come lo amava!”. Ma alcuni di loro dissero: “Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?”. Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra. Disse Gesù: “Togliete la pietra!”. Gli rispose Marta, la sorella del morto: “Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni”. Le disse Gesù: “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?”. Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. E, detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: “Scioglietelo e lasciatelo andare”».
Le tombe palestinesi del tempo di Gesù erano situate poco lontano dai luoghi abitati o proprio alla periferia di essi. Le tombe delle persone di un certo livello erano di solito scavate nel tufo, o perpendicolarmente a mo’ di fossa nei luoghi pianeggianti, oppure orizzontalmente a forma di spelonca nei luoghi collinosi. Consistevano essenzialmente in una camera funeraria con uno o più loculi per le salme, e spesso con un piccolo atrio davanti alla camera: atrio e camera comunicavano tra di loro mediante uno stretto uscio che rimaneva sempre aperto, mentre l’atrio comunicava con l’esterno mediante una porta che veniva sbarrata con una grossa pietra.
La salma, dopo essere stata lavata, cosparsa di aromi, fasciata di bende e avvolta in un lenzuolo, era semplicemente deposta nel suo loculo nella camera funeraria, rimanendo perciò a contatto quasi immediato con l’aria interna: è facile immaginare che, al terzo o quarto giorno dalla deposizione, nonostante gli aromi, tutto l’interno della tomba fosse ammorbata dalle esalazioni del cadavere.
Di ciò si preoccupa Marta, quando Gesù ordina di togliere la pietra che chiude la porta esterna. La salma di Lazzaro è là da quattro giorni.
Oggi, sul posto dell’antica Betania, si mostra una tomba che una tradizione attestata fin dal IV secolo identifica con quella di Lazzaro. Ma, indipendentemente dall’autenticità di quella tomba, quello che impressiona della narrazione di Giovanni è l’estrema precisione, fin nei minimi dettagli. Anche quelli di tipo psicologico. Basti pensare al comportamento di alcuni Giudei. Essi, infatti, contestano a Gesù, non senza una punta di beffa, di non aver impedito la morte di Lazzaro, dopo aver donato la vista al cieco di Gerusalemme. Dopo il miracolo, fra i Giudei stessi avviene una scissione, così narrata dal testimone oculare: «Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui. Ma alcuni andarono dai Farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto».
L’effetto dello zelante messaggio fu la decisione presa dai Farisei che l’artefice di miracoli così grandiosi e pubblici dovesse essere fatto fuori.
Scrive mirabilmente, a questo proposito, Giuseppe Ricciotti nella sua Vita di Gesù Cristo (Mondadori, 1989 p. 543): «Qui è importante rilevare come la scissione prodottasi tra i Giudei testimoni del miracolo abbia un fondamento psicologico storicamente perfetto. Fra quegli avversari di Gesù, coloro che non hanno dimenticato di essere uomini si arrendono al miracolo e credono in chi ha operato; coloro invece che hanno subordinato il loro cervello e il loro cuore di uomini alla propria qualità di membri d’un partito, non si preoccupano che del trionfo del partito e corrono a denunciare Gesù».
Il miracolo di Lazzaro, ovvero la condanna a morte di Gesù
In ogni caso i maggiorenti Giudei di Gerusalemme presero molto sul serio la denuncia della resurrezione di Lazzaro. A Gerusalemme, infatti, si convocò un’assemblea, alla quale presero parte molti membri del Sinedrio. Fu posta la questione: «Che facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione».
All’assemblea partecipa anche il sommo sacerdote Caifa, il quale, dopo aver ascoltato in silenzio le varie proposte, prende la parola: «Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera». Caifa non nomina nessuno, ma tutti capiscono: il solo uomo che doveva morire per il popolo era Gesù.
Il Signore venne a sapere subito di quell’assemblea e di ciò che vi era stato deliberato. Da allora non si mostrò più in pubblico, e allontanandosi dalla zona “calda” di Gerusalemme si ritirò in una città detta Efraim, circa 25 chilometri a settentrione di Gerusalemme.
E Lazzaro che fine aveva fatto? Sappiamo sempre da Giovanni che incontrò di nuovo il Signore. Anche perché Gesù rimase appartato per poco tempo a Efraim. Avvicinandosi la Pasqua, infatti, si rimise in viaggio verso Gerusalemme seguendo la strada più lunga che, fiancheggiando il Giordano, passava per Gerico.
Ma risalendo da Gerico verso Gerusalemme, Gesù doveva passare necessariamente per Betania, da cui si era allontanato poche settimane prima. Arrivato in città, ricevette accoglienze trionfali provocate dal ricordo della recente resurrezione di Lazzaro. La sera dell’arrivo, era sabato, fu tenuto un convito in suo onore in casa di un certo Simone, soprannominato il Lebbroso, uno tra i più facoltosi della borgata, che doveva il suo soprannome alla malattia da cui era guarito, forse per opera di Gesù.
Fra gli invitati c’erano Lazzaro e le sue due sorelle. E come sempre, Marta dirigeva la preparazione della cena. Maria, invece, portò come suo omaggio un vaso d’alabastro in cui erano conservate essenze odorose di gran pregio destinate al Signore. Giunta al divano di Gesù, la donna, invece di sciogliere il sigillo apposto sull’orifizio, ne spezzò il collo allungato, in segno di maggior dedizione, e ne diffuse abbondantemente prima sul capo di Lui e il rimanente sui suoi piedi. Poi glieli asciugò con i suoi lunghi capelli. Questa prodigalità sorprese Giuda l’Iscariota. Costui protestò apertamente, adducendo la scusa che vendendo tutto quell’unguento si sarebbe potuta fare della beneficenza. In realtà, come racconta Giovanni, Giuda «era ladro». Infatti sottraeva denaro dalla cassa comune dei discepoli.
Nel frattempo a Gerusalemme, «la gran folla dei Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva resuscitato dai morti».
Anche questo fu riferito a Gerusalemme; e allora i sommi sacerdoti, confermandosi nel proposito di mettere a morte Gesù, per giunta «deliberarono di uccidere anche Lazzaro».
Il motivo era chiaro: uccisi Gesù e Lazzaro, la commozione del popolo si sarebbe senz’altro calmata e tutto sarebbe tornato come prima. Sappiamo come andrà a finire, da lì a pochi giorni. Lazzaro riesce a salvarsi. Il Signore riprende insieme ai suoi la strada per Gerusalemme perché si compiano le Sacre Scritture.
Da Giovanni sappiamo che il pellegrinaggio alla casa di Lazzaro non si arrestò. Molti vollero continuare a vedere da vicino l’amico di Gesù sottratto alla morte.
È commovente pensare che la resurrezione di Lazzaro accelerò la morte del Signore: la magnificenza e la grandiosità di tale miracolo, infatti, fece rompere gli indugi ai Farisei, ormai terrorizzati dalla fama di Cristo.
Da lì a pochi giorni sarebbe avvenuta un’altra e ben più grandiosa Resurrezione.
Ponzio Pilato
Scontroso e ostinato
Di STEFANO ZURLO
Non è vero che Ponzio Pilato fosse un tipo pilatesco. «Era un governatore energico», spiega Marta Sordi, che per un quarto di secolo ha insegnato Storia greca e romana alla Cattolica, indagando i rapporti fra cristianesimo e impero romano. E Giuseppe Ricciotti, nella sua insuperabile Vita di Gesù Cristo, definisce il Prefetto della Giudea - questo era il suo titolo - con due aggettivi inaspettati: «scontroso» e «ostinato». Insomma, un tipo tosto, romano fino al midollo, il nome di ascendenza sannitica, proveniente probabilmente dagli Abruzzi. Un funzionario che in testa aveva un’unica bussola: la fedeltà all’imperatore. E che la perse per eccesso di zelo: nel 36, dieci anni dopo il suo insediamento e sei dopo la morte di Cristo, disperse con le maniere forti un assembramento di samaritani sul monte Garizim. I samaritani, che nel sempre complicato scacchiere medio-orientale, erano nemici dei giudei e alleati dei romani, si rivolsero a Tiberio. E il povero Pilato fu richiamato a Roma.
Da allora l’uomo esce dalla storia e il suo fantasma viene rimodellato dalle leggende. Buone e cattive. Più cattive che buone. Tanto che Pilato diventa per molti l’uomo che ha programmato a tavolino la condanna a morte di Gesù Cristo. Errore. «All’inizio del quarto secolo - aggiunge la Sordi - l’imperatore Massimino Daia diffonde nelle scuole un’immagine di Pilato anticristiana. Falsa, totalmente falsa, ma in parte è ancora quella che ci portiamo dietro».
Agitatore politico
Le cose andarono diversamente, in quell’aprile dell’anno 30. I sinedristi, come li chiama con un vocabolo inquietante Ricciotti, avevano decretato la fine del Messia. Ma avevano un problema non da poco: non potevano spedire autonomamente una persona alla pena capitale. L’ultima parola spettava a Roma. Ecco perché agganciarono Pilato. «Due - chiarisce Ricciotti - erano le strade per ottenere l’approvazione del Procuratore: invitare il magistrato di Roma ad accettare la conclusione del processo svoltosi davanti al tribunale supremo del giudaismo»; in alternativa «deferire l’imputato al tribunale del Procuratore per istituire un nuovo processo».
Fu astutamente scelto il giro più lungo. E la condanna, decisa per motivi religiosi, fu riverniciata con i colori della politica. «Il Rabbì galileo fu presentato quale pericoloso agitatore politico». Un calcolo rischioso, ma vincente, condotto sul filo del ricatto: «Pilato - insiste Marta Sordi - già un paio di volte aveva provocato i giudei esponendo i simboli della dominazione romana e gli ebrei avevano reagito ricorrendo a Tiberio. Lo stesso Vangelo di Luca, al capitolo tredici, ci dà le coordinate di un altro intervento di Pilato, contro i galilei, concluso addirittura con un bagno di sangue». Insomma, i sommi sacerdoti e i loro degni compari sapevano come colpire il Governatore, nel delicatissimo equilibro di poteri tenuto insieme dal convitato di pietra che stava fra Roma e Capri: l’imperatore Tiberio. Tiberio, sempre presente nei retropensieri di Pilato.
Superarma
La “superarma” fu però impiegata solo alla fine di un estenuante duello. Pilato aveva il sentimento del ius e ci teneva a far rispettare la legge; inoltre, come nota Ricciotti, «nutriva per quei capi del giudaismo un sentimento di disprezzo e di scontrosità e trovava quindi un’ottima occasione per impuntarsi e contraddirli in nome della legge». Insomma, aveva due buone ragioni per assolvere l’imputato e per dare uno schiaffo forte, ma perfettamente legale, ai capi di quel popolo che sotto sotto non sopportava. Gli ebrei praticavano la circoncisione che i romani equiparavano alla castrazione e consideravano con orrore; avevano poi i loro rituali che il Governatore, un impasto di pragmatismo e razionalità, non capiva e non poteva capire: la paralisi di ogni attività al sabato, la distinzione minuziosa fra cibi puri e impuri. Se si conteneva era solo per carità di patria. Ma quella era la volta buona per dare una lezione. Anche perché ci aveva messo un attimo per intuire che l’accusa non stava né in cielo né in terra. «Tu sei il re dei giudei?», «Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?», «Che cosa hai fatto?», «Il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei. Il mio regno non è di quaggiù». Un dialogo breve ma più che sufficiente. Il Messia non era affatto un sovversivo, la sua predicazione poteva disinnescare i messaggi di violenza diffusi fra la sempre inquieta gente di Palestina. Anzi, Pilato aveva quasi sicuramente pesato il Cristo in precedenza, nel periodo della predicazione, ritenendolo non pericoloso per Roma. Tutt’al più si era convinto di aver davanti a sé un visionario: «Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». «Che cosa è la verità?», aveva risposto, infastidito, il Governatore, troncando una conversazione finita in un vicolo cieco. E il tentativo di riallacciare il dialogo si era scontrato col fragoroso silenzio del Cristo, che aveva riempito la scena con la sua presenza; «Non rispondi, vedi di quante cose ti accusano?». Gesù aveva taciuto, perché la verità parla senza parole. E non ha bisogno di didascalie e nota bene.
Andò come andò. Pilato giocò in successione almeno tre carte prima di perdere la partita. Anzitutto, inviò il prigioniero a Erode Antipa. Erode era il re di uno Stato fantoccio: la Galilea, in quel frangente nominalmente indipendente da Gerusalemme. Pilato pensò di prendere due piccioni con una fava; con quel gesto si avvicinava al Tetrarca con il quale era in cattivi rapporti, probabilmente per il solito motivo: Erode faceva la spia a Roma. Inoltre, da persona pratica e navigata, era convinto di sbolognare la pratica Gesù. Raggiunse il primo obiettivo, perché diventò buon amico del tiranno, fallì clamorosamente il secondo. Erode rispedì indietro Gesù. A questo punto Pilato, sempre in bilico fra le esigenze della politica e le ragioni della giustizia, escogitò una seconda via d’uscita: «Dopo aver dunque sottoposto lui a un castigo- comunicò - lo rimanderò libero».
Il “contentino”
«Il vero errore dialettico di questa conclusione sta - secondo Ricciotti - in quel dunque; se né Pilato né Erode avevano trovato nulla di colpevole e nulla degno di morte, come giustificare quel dunque?». Promettendo il “contentino” della flagellatio - in realtà una punizione terribile, che spesso si concludeva con la morte del disgraziato che la subiva - Pilato muoveva un altro passo verso il baratro. E affrettò il ruzzolone con la mossa successiva: la promessa di liberare un prigioniero a scelta fra Gesù e Barabba. «La previsione di Pilato - incalza Ricciotti - che la scelta sarebbe caduta su Gesù dimostra che egli aveva una conoscenza assai difettosa, non tanto della nazione da lui governata, quanto delle guide spirituali di quella nazione». L’idea di mettere in campo il terrorista Barabba diventò un boomerang.
Ma Pilato non aveva ancora gettato la spugna. E gli accusatori lanciarono l’assalto finale: «Se dimetti costui - gli gridarono - non sei amico di Cesare. Chiunque si fa re, contraddice a Cesare». «Davanti a quel grido - ci fa sapere Ricciotti - Pilato, uomo di carne e ossa, magistrato romano ignaro di qualunque preoccupazione religiosa e sollecito soltanto della sua posizione a Roma e della sua carriera politica, non poteva rimanere titubante ancora per lungo tempo». Troppa paura di essere saltato ancora una volta e di dover subire direttamente la reprimenda di Tiberio. I detrattori di Gesù alzarono ancora la posta: «Crocifiggilo, crocifiggilo». «Crocifiggerò il vostro re?». «Non abbiamo re se non Cesare».
È la fine. «Pilato si vide allora chiusa anche l’ultima strada. Costoro, e precisamente i più insigni fra essi, non riconoscevano alcuna regalità a Gesù e proclamavano di avere re unico ed esclusivo il Cesare di Roma: evidentemente il rappresentante del Cesare di Roma non poteva esprimere un parere diverso, come per non urtare i sentimenti religiosi degli accusatori doveva crocifiggere quel falso re».
La relazione a Tiberio
Partita conclusa. In croce. Da quel momento Pilato comincia a riscattarsi e il motivo per cui probabilmente si espone è anche la risposta alla più grande delle obiezioni possibili al racconto appena fatto. Se è vero che i giudei dovettero chiedere il permesso al Governatore per uccidere Gesù, come mai quattro anni più tardi, nel 34, lo scavalcarono e lapidarono Stefano senza chiedere l’autorizzazione all’autorità romana? La Sordi non ha dubbi: la morte di Stefano fu una clamorosa violazione della legge. Tant’è che quell’episodio mette in moto, secondo la studiosa, proprio Pilato. A quel punto, temendo di perdere il controllo della situazione, Pilato scrive una relazione a Tiberio. È plausibile questa interpretazione? Di questo rapporto parlano un paio di autorevoli autori cristiani del secondo secolo, san Giustino martire e, soprattutto, Tertulliano. Per Tertulliano, Pilato iam sua coscientia christianus (già nella sua coscienza cristiano) parla bene dei cristiani e punta invece diritto contro il Sinedrio. Insomma, non è detto che Pilato si sia convertito - come sembra indicare Tertulliano e come credono la Chiesa copta, che lo ritiene un martire, e la Chiesa etiopica che lo venera addirittura come santo -, ma certo il Governatore si schiera contro le autorità religiose di Gerusalemme.
E ora attenzione alle date: il messaggio di Pilato è del 35; nel 36 arriva in Medio Oriente, precisamente ad Antiochia, il legato di Tiberio, Vitellio. E che fa immediatamente Vitellio?
Destituisce, come racconta Flavio Giuseppe, proprio il sommo sacerdote Caifa, quello che aveva condannato a morte Gesù e poi Stefano. Flavio Giuseppe non specifica la ragione del siluramento di Caifa, ma possiamo supporre che il castigo sia stato inflitto per punire in modo esemplare chi aveva liquidato Stefano senza averne il diritto. Sempre Flavio Giuseppe ci racconta un altro atto di Vitellio: rispedisce a Roma Ponzio Pilato. Il motivo però è chiarissimo: quell’eccesso di zelo dimostrato sul monte Garizim contro i fedeli samaritani.
Pilato è a Roma nel 37. Tiberio è appena scomparso; prima di morire, proprio sulla base di quella relazione inviatagli dal Governatore, l’imperatore aveva addirittura proposto al Senato il riconoscimento del cristianesimo come religione lecita. Marta Sordi appoggia ancora una volta la convinzione all’autorità di Tertulliano, che così registra l’episodio: «Tiberio sottomise al Senato i fatti che gli erano stati annunciati dalla Siria-Palestina, fatti che avevano rivelato laggiù la divinità del Cristo, e manifestò il suo parere favorevole». Il Senato, però, rifiuta, rinviando di quasi trecento anni una “liberazione” che arriverà solo con Costantino. Se però questa ipotesi è vera, allora la figura del Governatore della Giudea va rivisitata ancora una volta; quella mattina - probabilmente la mattina del 7 aprile dell’anno 30 - ha ceduto, successivamente si è riscattato: ha dato il fatale ordine di uccidere Gesù, ha fatto di tutto per salvare i suoi discepoli dalle persecuzioni. Ed è arrivato a un passo dal riuscirci.
Che cosa sia accaduto di lui, in seguito, non è chiaro. Vittorio Messori, in Patì sotto Ponzio Pilato (Sei) ricapitola le tre scuole di pensiero: fu giustiziato da Caligola; si suicidò in esilio forse in Gallia; si convertì, complice la moglie, al cristianesimo. In realtà non ne sappiamo nulla. È buio fitto sul destino dell’uomo finito addirittura dentro il Credo, un funzionario che nel film Jesus Christ Superstar canta angosciato: «Ho sognato che migliaia di persone, per migliaia di anni, ripeteranno ogni giorno il mio nome. E diranno che è stata anche colpa mia». Chissà.
Il potere e i cristiani
In un folgorante racconto, Il Procuratore della Giudea (Sellerio), Anatole France ci porta alle terme di Baia, dove un Pilato ormai sul viale del tramonto viene raggiunto dalla inattesa domanda di un vecchio amico: «Ti ricordi di quel Gesù?». Pilato aggrotta le sopracciglia, fruga invano nella memoria, poi dice: «Gesù? Hai detto Gesù di Nazareth? No, non me lo ricordo».
Una risposta carica di suggestioni, in linea con la sensibilità scettica e disillusa della modernità e del ventesimo secolo. Ma che fa a pugni con la storia: se quel che abbiamo detto è vero, il vecchio Pilato si ricordava fin troppo bene di Gesù. E di quell’unico giorno in cui era stato pilatesco. Fino a lavarsi le mani davanti all’uomo che ha tagliato in due la storia.
E abbiamo motivo di sospettare che del Messia avesse memoria la nomenclatura romana residente in Medio Oriente, cominciando da Vitellio. All’inizio degli anni Quaranta è proprio ad Antiochia che i discepoli di Cristo vengono chiamati per la prima volta cristiani. Cristiani, alla latina, e non cristikoi alla greca come sarebbe stato più logico, visto che era il greco la lingua franca nell’area (e in greco si svolse il processo a Gesù). Ad Antiochia il potere fa per la prima volta i conti con il cristianesimo e la Chiesa.
Nicodemo
Vincitore del popolo
Di ANDREA TORNIELLI
«C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, un capo dei Giudei. Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: “Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui”…». Inizia così il capitolo terzo del Vangelo di Giovanni, nel quale si legge dell’incontro notturno tra il “maestro” della Legge membro del Sinedrio e il Rabbì Nazareno che da poco aveva iniziato la sua vita pubblica.
Nicodemo, il cui nome Nikodemos significa “vincitore del popolo”, era un notabile fariseo, uno dei tre più ricchi della città di Gerusalemme. È possibile che si tratti della stessa persona della quale lo studioso David Flüsser ha trovato traccia nelle fonti rabbiniche, che lo definiscono “figlio di Gorion”. Avrebbe perso la vita durante la guerra giudaico-romana dell’anno Settanta, dopo che gli zeloti avevano saccheggiato le sue proprietà. A parlare di lui, nei Vangeli, è soltanto il discepolo prediletto, Giovanni, che probabilmente era presente a quel primo incontro, quando Nicodemo volle conoscere Gesù e interrogarlo, dopo essere rimasto colpito da ciò che diceva e faceva. La condizione sociale e la sua formazione intellettuale farisaica gli avevano consigliato un certo riserbo nei confronti dell’interlocutore e per questo aveva deciso di vedere il Nazareno nottetempo, lontano da sguardi indiscreti, nella penombra illuminata da una lucerna. Il colloquio dura a lungo, forse tutta la notte, anche se l’Evangelista ne ripropone soltanto i passi salienti.
Soffio di vento
Nicodemo inizia il suo discorso riconoscendo che l’origine della missione di Gesù non poteva essere umana: «Sappiamo che sei un maestro venuto da Dio…». Nella risposta c’è un riferimento a questa considerazione. «Gli rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio”». Il notabile fariseo doveva essere troppo intelligente per interpretare queste parole in senso materiale, dato che anche i suoi colleghi rabbini parlavano di rinascita in senso spirituale «applicandola - osserva Giuseppe Ricciotti nella sua Vita di Gesù Cristo - a chi si riavvicinava al Dio d’Israele o dall’empietà o dal paganesimo». Ma a Nicodemo sembra sfuggire il significato racchiuso nella frase di Gesù e, dunque, per provocarlo a spiegarsi e a parlare ancora, si finge un po’ ottuso di mente: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? - domanda -. Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Il Nazareno risponde facendo ritornare il fariseo alla condizione di ignaro apprendista e gli spiega che non si può vedere il regno di Dio se non si è già entrati in esso, e l’entrarvi non è l’effetto dello sforzo o dell’ingegno umano: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito». In ebraico la parola “spirito” voleva dire anche “soffio di vento” e proprio questo doppio significato permette a Gesù di spiegarsi: anche se invisibile e incontenibile, il soffio di vento è reale. Così lo Spirito non si può moderare o manipolare con argomenti umani. Qui l’allusione al Battesimo di Giovanni Battista è evidente: la grazia divina produce un cambiamento a livello dell’essere, fa nascere a una vita nuova.
Testimonianza
Nella penombra rischiarata a stento dalla lucerna, Nicodemo replica: «Come può accadere questo?». Cristo risponde: «Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose? In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo. E come Mosé innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna». Il resoconto evangelico riporta soltanto le osservazioni di Gesù, come appartenenti a un unico discorso, ma è probabile che più volte il notabile fariseo sia intervenuto per chiedere spiegazioni o controbattere.
«Dio infatti ha tanto amato il mondo - continua Gesù - da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio». «E il giudizio è questo - conclude Gesù con una metafora che sembra richiamare le circostanze del colloquio, avvenuto al chiarore di una lucerna -: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».
Come Agostino
Con quale stato d’animo Nicodemo ha ascoltato le spiegazioni di Gesù? «Probabilmente - spiega il Ricciotti - in uno stato simile a quello di Agostino nel periodo delle sue titubanze, quando leggendo le Lettere di Paolo gli sembrava di sentire come un profumo di vivande squisite, che tuttavia non riusciva ancora a mangiare». Nonostante quel colloquio notturno, infatti, Nicodemo non diventa un vero e proprio discepolo, seguace del Nazareno. E il suo caso rappresenta quasi una conferma del fatto che lo Spirito di Dio soffia dove vuole. Ma nel Vangelo di Giovanni il ricco maestro israelita ricompare altre due volte, dimostrando di essere rimasto in qualche modo affascinato da Gesù, benevolmente colpito dalla sua persona. In fondo lui non si era affidato alla vulgata, ai sentito dire, aveva voluto verificare personalmente la sua proposta, confrontarsi faccia a faccia con lui. Aveva voluto andare fino in fondo all’annuncio di quello strano profeta, aveva deciso di incontrarlo, seppur in separata sede. Non aveva abbandonato le sue cariche e il suo posto di prestigio, ma quell’incontro aveva lasciato un segno. Quelle parole lo avevano sicuramente spiazzato.
Nel Sinedrio
Lo ritroviamo, infatti, nei giorni dell’ultima Pasqua a Gerusalemme, quando anche il Sinedrio si divide sulla cattura dell’uomo che di lì a poco sarà innalzato sulla croce. I sommi sacerdoti farisei stavano attaccando le guardie perché non avevano tratto in arresto il Nazareno: «Forse vi siete lasciati ingannare anche voi? - dicono - Forse gli ha creduto qualcuno fra i capi, o fra i farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!» (Gv 7,47-49). Il protagonista di quel dialogo notturno al chiarore della lucerna, ormai lontano nel tempo, si alza. E interviene con tutta la sua autorità in difesa dell’accusato. «Disse allora Nicodemo, uno di loro, che era venuto precedentemente da Gesù: “La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?”. Gli risposero: “Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea”. E tornarono ciascuno a casa sua» (Gv 7,50-53).
Mirra e aloe
L’ultima breve comparsa di Nicodemo, nel testo evangelico giovanneo, si ha nel momento più buio del dolore e della pietà, quando tutto sembra finito e le grandi speranze che Gesù di Nazareth aveva suscitato appaiono infrante dalla morte in croce. «Dopo questi fatti, Giuseppe d’Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodemo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero in bende insieme agli oli aromatici, com’è usanza seppellire per i Giudei» (Gv 19,38-41). Nicodemo, il notabile fariseo, era un uomo coraggioso e generoso di cuore: cento libbre di aromi, un vero dispendio per profumare il corpo di un reietto, crocifisso come un malfattore, attorniato da due ladroni. Anche da quest’ultimo gesto descritto nel Vangelo, si intuisce che il suo cuore era stato segretamente afferrato da quella presenza. Da quel Nazareno che dopo poche ore sarebbe uscito dal sepolcro vincendo per sempre la morte.
La Maddalena
Per amore di Gesù
Di STEFANO ZURLO
Più che una donna ben scolpita, è un tipo umano. Maria Maddalena è un nome-omnibus, una didascalia sotto numerose pagine del Vangelo che forse si riferiscono a persone diverse: anzitutto l’anonima peccatrice che lava i piedi di Cristo con l’olio profumato; poi la Maria di Magdala pura e fedele sotto la croce, prima grande testimone della Resurrezione nel giorno della Pasqua; infine, la Maria sorella di Lazzaro che Giovanni sovrappone alla protagonista della lavanda. La Chiesa orientale ha sempre sostenuto l’esistenza di tre personaggi indipendenti, ma la tradizione occidentale li ha fusi cucendo con un solo filo alcuni quadri della vita di Gesù. E celebra la festa della Santa il 22 luglio. In realtà a quell’operazione di rammendo oggi non crede più nessuno; basta sfogliare la Bibbia di Gerusalemme o soffermarsi sulle pagine della Vita di Gesù Cristo firmata da Giuseppe Ricciotti per capire come la critica abbia aperto quel sacro contenitore per attribuire a ogni figura il suo identikit: «Dall’epoca di Gregorio Magno - scrive Rudolf Pesch - la Chiesa occidentale nella tradizione, nella liturgia, nelle leggende, nell’arte e nella devozione popolare ha identificato Maria Maddalena con Maria di Betania, sorella di Lazzaro e Marta, e anche con l’anonima “grande peccatrice”. Anche se gli studi del Nuovo Testamento sono da lungo tempo concordi sulla posizione della Chiesa orientale che distingue le tre donne e venera Maria di Betania accanto a Maria Maddalena, quell’identificazione dura nei nostri messali. Ma per quanto ancora?».
La domanda resta, le biografie non sono arpionate alla parete della storia come quella di Pilato e restano in bilico fra cronaca e voci popolari: la Maddalena sarebbe sbarcata - così ci tramandano i medioevali - a Marsiglia, sarebbe rimasta in penitenza in un eremo solitario sulle montagne di Saint-Baume per trent’anni, il suo corpo è custodito in Borgogna nell’abbazia di Vézelay.
A casa del fariseo
Ci muoviamo al buio, ma un tratto, lasciando perdere Maria di Betania, accomuna le altre due signore e ci permette ancora di descriverle insieme: è lo straordinario fascino che su di loro esercita Cristo e proprio il contatto con lui ne fa due figure strepitosamente antimoralistiche. Imbarazzanti se si inforcano gli occhiali del buon senso e delle buone maniere, proprio per questo modernissime.
Prendiamo la peccatrice: Gesù è a tavola a casa di un fariseo. Entra lei, «si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato». Il padrone di casa mette in guardia l’ospite: «È una peccatrice». Che tipo di peccatrice? Ci chiediamo noi oggi con un pizzico di morbosa curiosità. Una prostituta, come ci dice la tradizione? La risposta non è così scontata: «Per i farisei - ci spiega Ricciotti - peccatrice aveva un significato vario: poteva significare tanto una donna di perversi costumi, quanto una donna che non osservava le prescrizioni farisaiche; nel Talmud è equiparata a una peccatrice anche la moglie che dia da mangiare a suo marito cibi di cui non sia stata pagata la decima». Arduo pensare che fosse davvero una meretrice. Con ogni probabilità non l’avrebbero lasciata entrare. O, almeno, il fariseo avrebbe bloccato la rappresentazione. Invece è costretto a ingoiare il boccone: ha davanti una signora importante.
All’aria gli schemi
Su queste basi Giacomo Contri fa a pezzi il santino tradizionale e costruisce una figura assai più sfumata, complessa, ricca di suggestioni: quella di una dama per bene, colta, di classe, una di quelle signore dalla vita magari tumultuosa, ma ben conosciuta nei salotti più esclusivi. Questa donna, ricca o povera, colta o ignorante, viene folgorata dal Cristo e serve a Nostro Signore come un ariete per mandare all’aria tutti gli schemi della buona educazione e del galateo. «Gesù disse a Simone: “Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli... Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco”». Quali peccati? Secondo Contri non è necessario andare a sbirciare sotto le coperte: tutto quello che è fatto «senza di lui», lontano da Cristo, è peccato. E lei mette in campo tutto il suo prestigio e il suo fascino per compiere la più lodevole delle azioni: fa una scelta “politica”, si schiera con Cristo. Conquistata da lui.
Zaccheo, la Samaritana e la Maddalena
Scrive don Giussani: «È certamente dal modo in cui l’ha guardata che la Maddalena è andata da lui: è dipeso dal modo con cui l’ha guardata». Chissà, il giorno prima, in mezzo alla strada, «Gesù ha fissato il suo sguardo su di lei, l’ha fissata camminando, senza fermarsi», senza nemmeno pronunciare una parola. È stato sufficiente: Gesù «guardava le cose per quello che erano veramente: una cosa si guarda per quello che è veramente, quando la si vede come la vede Dio». E quando si ha quella prospettiva, allora la vita cambia: «È bastato lo sguardo di quell’uomo e la sua vita è cambiata. E da allora lei non guarderà più a se stessa, non vedrà più se stessa, non vedrà più i rapporti con gli uomini, con la gente, con casa sua, con Gerusalemme, non potrà più guardare a tutte queste cose se non dentro lo sguardo dei suoi occhi».
Il giorno seguente si butta ai suoi piedi, li lava con le sue lacrime, li asciuga con i suoi capelli. E il punto di vista di Dio capovolge quello mondano: «La cultura moderna - prosegue Giussani - non credendo in nulla, crede solo nel cosiddetto valore, vale a dire nella forza dell’uomo, nella forza con cui l’uomo attua una bontà o una virtù». La Maddalena, così come Zaccheo e la Samaritana, non soddisfa questi canoni: «Queste tre figure dalla folla erano disprezzate». Eppure «nel Vangelo le figure che in quella folla hanno trionfato sono queste tre». Tre grandi peccatori, tre figure di dubbia reputazione da cui stare alla larga, tre persone (anche se sulla Maddalena ci sono opinioni discordi) con cui oggi un uomo perbene non berrebbe nemmeno un caffè, si sciolgono davanti a lui e ne diventano testimoni con un ardore, una foga, un entusiasmo che valgono molto più delle loro mancanze, delle loro colpe, dei loro difetti.
Al sepolcro
Ecco l’evento: la Maddalena, con quel gesto sconveniente ed eccessivo, si affida a Cristo e quella decisione annulla tutte le barriere, tutti i pregiudizi, tutte le distanze. Lei - come Zaccheo e la Samaritana - diventa il metro di misura di un’umanità nuova e più grande.
Lo stesso modo di misurare, del tutto incompatibile con la mentalità sottomessa alle forme, emerge al momento della Resurrezione. Questa volta la protagonista è Maria di Magdala, la donna che era rimasta ai piedi della croce con la Madonna. La domenica va di buon mattino al sepolcro, vede una persona che scambia per il giardiniere, poi lui si rivela: «“Donna - ci racconta Giovanni trascrivendo il dialogo fra il Signore e la sua discepola - perché piangi? Chi cerchi?”. Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria”. Essa allora voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: “Rabbuni”, che significa Maestro. Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al padre”...».
Un racconto dirompente, che davvero scompagina tutti gli schemi. L’imbarazzo è quasi palpabile in Marco che annota: «Gesù apparve a Maria di Magdala dalla quale aveva scacciato sette demoni». Scrive Vittorio Messori in Dicono che è risorto: «Marco è costretto ad ammettere che Gesù ha riservato la sua prima apparizione (quella che fonda la Chiesa stessa) non solo a una donna, ma anche ex isterica o ex indemoniata, se non (forse) ex prostituta». E allora Messori si diverte con una punta di perfidia a rintracciare nel testo evangelico «l’emergere di una sorta di protesta inconscia». Quel che è successo è politicamente scorretto, fa arricciare il naso a molti, per dirla tutta non è affatto edificante. Ma il povero Evangelista deve riportare quel che è accaduto e non è colpa sua se le cose sono andate così. Un capitolo a dir poco imbarazzante se si pensa che le donne, le donne dal curriculum limpido, non godevano di grande considerazione all’epoca: «Le testimonianze di donne - ci fa sapere nelle sue Antichità giudaiche Giuseppe Flavio - non valgono e non sono ascoltate fra noi, a motivo della leggerezza e della sfacciataggine di quel sesso».
Noli me tangere
Cristo ancora una volta spalanca in poche righe le porte di un mondo diverso, dove gli ultimi sono i primi e dove l’amore vince sul peccato. La Maddalena - anche se sarebbe più corretto parlare al plurale - ci apre questa strada così come l’ha indicata alle generazioni del Medioevo e della Controriforma: prototipo della penitente e straordinario esempio di umanità riscattata da Cristo. Fino all’incontro col Maestro al sepolcro, un faccia a faccia immortalato da molti pittori: è il celeberrimo episodio del Noli me tangere. Giussani si sofferma in particolare su quello tratteggiato da Beato Angelico per accompagnarci sulle vette vertiginose dell’esperienza cristiana: «Appena ella lo vede, cioè si accorge di Gesù, si avventa su di lui. E Gesù la ferma con la mano. Si vedono le due mani della Maddalena e la mano di Gesù che frena: che è l’immagine che abbiamo sempre dato del possesso verginale, che tende alla totalità. Ma fino a quando questo tendere alla totalità è a una spanna dal muso dell’altro, veramente si possiede, molto più che se neanche ci si avventasse sul muso: avventandosi sul muso dell’altro la mano diventa più simile alla zampa di un animale».
Ecco la grande lezione della Maddalena: lei così bella, così sensuale e così disinvolta, lei che duemila anni di iconografia ci hanno fatto vedere con i capelli sciolti, lunghi e fluenti, arriva per amore del Signore al più puro dei rapporti. Compiendo il più avvincente percorso che si possa immaginare.
Il cieco nato
Adesso ci vedo
di ANDREA TORNIELLI
Quel sabato, dopo la festa dei Tabernacoli, Gesù passava vicino a un uomo, cieco dalla nascita, che chiedeva l’elemosina seduto per terra. Racconta l’evangelista Giovanni (cap. 9), che i suoi discepoli «lo interrogarono: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?”». Emerge chiaramente, in questa domanda, l’antica opinione ebraica secondo la quale il male fisico era sempre una conseguenza del male morale e dunque una punizione. Opinione - fa notare l’abate Giuseppe Ricciotti, nella sua insuperata Vita di Gesù - già demolita nel Libro di Giobbe, eppure ancora diffusissima. La risposta del Nazareno è lapidaria: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo». Dopo aver detto questo, Gesù sputa per terra, fa del fango con la saliva, spalma il fango sugli occhi del cieco e gli dice: «“Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato)”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva». È il secco resoconto di un fatto storico. Il Nazareno si comporta come un uomo perfettamente inserito nel suo tempo, che conosce la medicina dell’epoca: l’uso della saliva inserisce, infatti, un elemento considerato potente mezzo terapeutico per gli occhi, specie se si trattava di saliva di una persona importante. Nel Talmud viene chiaramente indicata la capacità curativa della saliva, ma viene espressamente detto che non «può essere applicata sugli occhi di sabato». Gesù, invece, non rispetta questa regola.
Caso clamoroso
Avvenuta l’inspiegabile guarigione - il cieco era tale dalla nascita e tutti sapevano che non ci vedeva - iniziano le discussioni. Alcuni dicevano «è lui!», altri dicevano «non è lui, è uno che gli assomiglia!», tanta era la sorpresa nel constatare il miracolo. L’ormai ex cieco nato cercava di convincere tutti: «Sono io!… Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Va’ a Sìloe e lavati! Io sono andato, e dopo essermi lavato, ho acquistato la vista». Il caso è clamoroso, sia per il fatto in sé, sia perché tutto accade di sabato. Per questo il guarito viene condotto dai farisei, che ripetono le stesse domande per ricevere le stesse identiche risposte. Quell’uomo era cieco dalla nascita e ora ci vedeva. I farisei sentenziano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri, un po’ più capaci di guardare alla realtà, dicono: «Come può un peccatore compiere tali prodigi?». La discussione si fa decisamente accesa. Allora interrogano di nuovo il cieco guarito: «Tu che dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». «È un profeta!», risponde con semplicità il cieco nato. I farisei ci rimangono male. Anche se posti di fronte all’evidenza, rimettono di nuovo in dubbio l’identità del guarito e decidono di rivolgersi ai suoi genitori. Chiedono se si tratti proprio di loro figlio. I due vecchi, intimoriti dal codazzo di dottori e sacerdoti, si trincerano dietro la nuda realtà dei fatti: «Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco; come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di se stesso». «Questo dissero i suoi genitori - osserva l’evangelista Giovanni - perché avevano paura dei giudei; infatti i giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga». Per questo, dunque, gli anziani genitori del cieco nato preferiscono ribadire ciò che è accaduto, senza spingersi oltre.
L’esame dei farisei
Ma ai farisei tutto ciò ovviamente non basta, non rientra nel loro schema. Tornano ancora una volta alla carica con il figlio e usano un tono confidenziale sperando di farlo “cantare” a loro piacimento: «Dà gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». L’uomo guarito risponde, ancora una volta, in base alla realtà dei fatti: «Se sia un peccatore, non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo». Allora gli chiedono di nuovo: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». A questo punto l’ex cieco deve aver perso la pazienza. Aveva appena acquistato la vista, dopo un’infanzia e una giovinezza vissuti nel buio più totale, tutto il mondo si presentava ai suoi occhi come una novità: il cielo, gli alberi, le case, le persone. E lui, invece di essere libero di andarsene per ubriacare le sue pupille, era costretto a sottostare all’esame dei dotti farisei. La sua risposta è un capolavoro: «Ve l’ho già detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Ovvio che i suoi interlocutori, che già si rodevano per non essere stati in grado di spiegare quanto avvenuto, si arrabbiano: «Tu sei suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo infatti che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Risponde loro il cieco nato: «Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non s’è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla».
Alla porta
Molta osservazione e poco ragionamento permettono all’uomo appena guarito di mettere in difficoltà i dotti farisei. I quali, colti in castagna, ragionano molto e osservano poco. Non essendo in grado di replicare con argomenti, lo insultano: «Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?». E lo sbattono fuori dalla porta. Gesù viene a sapere che lo hanno cacciato e incontrandolo gli dice: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?». «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». «Tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui». «Io credo, Signore!» e si prostra ai suoi piedi. Gesù allora aggiunge: «Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi». Alcuni dei farisei sentono queste ultime parole e chiedono: «Siamo forse ciechi anche noi?». «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane».
I nuovi piloni
«L’irriducibile tenacia dei giudei nel non riconoscere la guarigione del cieco nato è di una storicità perfetta, ed è anche un fenomeno storicamente regolarissimo - commenta Ricciotti -. Questi farisei troneggiavano su certi loro piloni che non dovevano mai crollare, anche se tutto il resto del mondo fosse crollato: l’osservanza farisaica del sabato… e cose simili, erano i loro piloni, dall’alto dei quali giudicavano l’universo intero, approvando ciò che rafforzava i piloni e riprovando ciò che li indeboliva». «Ebbene - continua - confrontando serenamente i fatti, lo storico odierno trova che dopo tanti secoli una certa parte dell’umanità ha cambiato ben poco nei suoi procedimenti riguardo ai dati della vita di Gesù… Quei piloni che una volta si chiamavano osservanza del sabato e simili, oggi si chiamano assurdità del miracolo, impossibilità del soprannaturale e simili. Si citano al tribunale del razionalismo i vari documenti, s’investigano le testimonianze, si almanaccano teorie, senza però ottenere la spiegazione desiderata, anzi ottenendo un Gesù sempre più soprannaturale».
Semplicità e sincerità
«Bisogna guardare al fatto, all’avvenimento con semplicità - scrive don Giussani -. Vale a dire: bisogna guardare l’avvenimento per quel che dice, per quello che comunica alla tua ragione, al tuo cuore, senza introdurre, per valutarlo, fattori che non c’entrano… Tutto quel che hanno detto i farisei, che obiettavano i farisei, non c’entrava con la questione, nasceva da qualcosa che c’era prima, in loro; invece il cieco nato diceva: “Ma io non ci vedevo, ci vedo, dunque questo è un profeta. Perché Dio non fa queste cose senza significato”. Il cieco nato, perciò, ha guardato l’avvenimento che l’aveva toccato con semplicità, con sincerità».
La vedova di Nain
Non piangere!
Di GIANCARLO GIOJELLI
La gente intorno guardava e taceva. Si consumava una storia vecchia e dolorosa, che altre volte avevano visto, e che ogni uomo conosceva bene da sempre. Ma ogni volta era come la prima e ogni dolore era altrettanto nuovo e altrettanto lacerante. Il dolore di una donna, una madre. Una donna sola, vedova, che vedeva morire suo figlio. E non poteva farci nulla, e in quel momento non poteva nemmeno piangere, tratteneva le lacrime per non rendere ancor più terribile l’ultimo terribile attimo di vita del suo ragazzo. Poi avrebbe pianto, lo sapevano, e avrebbe pianto come solo una donna che vede morire il figlio può piangere, e nessuno può dirle: «Donna, non piangere!». Non si ricordava nella storia del villaggio, nella storia del popolo, nella storia dell’umanità che qualcuno avesse avuto quel coraggio, quella forza, quella capacità di sconfinata tenerezza. Quella capacità di commuoversi e quella misteriosa saggezza che nasce da Chi solo conosce il Mistero e lo guarda in faccia e sa di poter chiedere al Mistero ciò che vuole. Ma non era mai esistito nessuno così. Nessuno di loro lo aveva mai incontrato. E così assistevano impotenti agli ultimi inevitabili attimi di quell’ultima inevitabile agonia.
Vento da Nord
«Mamma, comincia a fare un po’ freddino», le aveva detto il ragazzo, e si era stretto il cuore a quella povera donna. Il cielo in effetti era un po’ più scuro, carico di nuvole e il vento soffiava da Nord, da dove c’era il grande lago di Tiberiade e non era mai un buon segno, perché portava sempre pioggia e tempesta. Era la stagione del resto, la stagione in cui le ombre sono un po’ più lunghe e l’aria si rinfresca presto. E là, a Nain, il villaggio sulla strada che corre giù da Nazareth verso il Sud della Galilea, verso il monte Tabor, il tempo era stato davvero poco clemente, quell’anno, e il freddo aveva acuito la malattia di quel ragazzino che ormai era tutta la sua vita, dopo che un altro inverno si era portato via suo marito.
«Mamma, comincia a fare un po’ freddino» e il viso del ragazzo era come più scavato, più affilato. Erano giorni che mangiava poco, si diceva la mamma, ma non si illudeva, quei segni non erano belli e il cuore le si gonfiava e le si stringeva sempre più forte, ma non voleva darlo a vedere. Non voleva piangere, «Mamma…». Non voleva che la vedesse piangere. Era un ragazzo intelligente, e avrebbe capito, se non aveva già capito. Non era giusto, pensava, prima suo padre e adesso… Ma non voleva piangere. E pensava, la donna, a quel momento di festa e di gioia, quando suo marito l’aveva chiesta in sposa, e quel giorno del matrimonio, con tutta la luce e il colore e le danze e il paese che esultava intorno a loro e per loro. E poi era nato quel bimbo, e anche allora c’era luce e si era ballato e fatto festa per quel ragazzo che ora stringeva nella penombra che non era fredda, non era ancora gelida, ma cominciava a essere insopportabile per il suo cuore che diventava sempre più piccolo, un nocciolo duro di dolore.
Un battito di ciglia
Non doveva piangere e guardava a occhi asciutti il viso, il naso più fine del suo bambino, e la pelle della fronte più lucida e tesa, quasi trasparente. Le era sembrato di ritrovarselo tra le braccia come quando era piccolo, e aveva voglia di coccolarlo ancora un poco, almeno un poco, ed era così sola ora e faceva davvero freddo, sempre più freddo e le pareva di non sentire nessuna emozione. Le lacrime erano come chiuse da una diga dietro le palpebre e sarebbe bastato un battito di ciglia per far esplodere l’urlo e la disperazione. Ma in quel momento c’era solo l’Ombra che diventava più presente e quell’Ombra portava un gran freddo nella casa. E quel freddo era la sensazione più fisica del suo dolore. «Mamma…». Aveva ragione, faceva davvero freddo, “freddino” aveva detto il ragazzo con un filo di voce come a non spaventare la sua mamma, a proteggerla da quel dolore che non voleva darle e lei gli aveva accarezzato la fronte e quella diga che sentiva tra le palpebre e gli occhi aveva d’improvviso ceduto.
Lacrime amare
Il pianto era arrivato così, e dicevano che il pianto consolava, e le lacrime salate come il mare avrebbero spazzato via il suo dolore, lo avrebbero lavato a poco a poco, quelle lacrime salate che le ricordavano il sapore di tanti momenti, di gioia e di dolore. Ma non era vero. Nessun pianto era come questo. Era come il pianto del bimbo abbandonato, che non spera che qualcuno venga, che Qualcuno venga a consolarlo. E c’era un sapore diverso in quelle lacrime e un dolore diverso, molto più amaro e irrefrenabile e senza consolazione e nulla avrebbe lavato via nulla. Come il mare si dilatava il suo dolore e il cuore era sempre più piccolo, e non poteva trattenere il figlio a cui aveva dato la vita, tenerlo con sé, abbracciarlo, riscaldare quel freddo che, ora sì, era gelido, e c’era quell’Ombra, che ora ricopriva l’anima e il volto. E nessuno tra quelli che erano entrati nella stanza, osava parlare, osava dire qualcosa. Osava dire “quella cosa”. Chi poteva dire a quella donna: «Non piangere»? Chi? C’era qualcuno sulla faccia della terra che avrebbe potuto pronunciare quelle parole, o soltanto osare pensarle? Che piangesse invece, si sfogasse, si esaurisse nel suo dolore. Era questo il destino pronunciato per lei e tante come lei da secoli. Partorire con dolore e con dolore portare la vita. E il pianto era l’unico sfogo. Come si poteva dire: «Non piangere»? Poi l’avevano accompagnata fuori. L’avevano accompagnata lungo gli stretti sentieri dei campi che portavano al cimitero. Erano appena usciti dal villaggio, dove la strada lasciava le ultime case, la porta del villaggio; la chiamavano e qualcuno si ricordò il luogo e il momento, perché i luoghi sono importanti e si fissano nella memoria quando accade qualcosa di davvero straordinario. Piangeva forte la donna, «per lei il dolore era in quel momento opposto alla speranza», dice don Giussani raccontando quel momento (da Si può vivere così?, pp. 199-200). Quel momento in cui accade qualcosa: il corteo funebre incrocia una gran folla e tra la folla c’erano i discepoli e quell’uomo di cui tanti parlavano, quel Gesù di Nazareth così attento a tutto e a tutti da chinarsi sui fiori e descriverne la veste, da parlare con bontà e delicatezza persino del sole e della pioggia. E soprattutto dell’uomo: diceva che ogni capello del capo era contato, e l’attenzione che rivolgeva a tutti era colma di compassione sterminata, di cordialità senza riserva. Così dicevano di Lui. E Lui è lì, davanti alla donna che nessuno osa consolare. Dice quello che nessuno può immaginare: «Donna non piangere!».
Un estraneo
«Si sarà sorpresa - commentò un giorno don Giussani leggendo questo passo -: un estraneo che fa un passo, le tocca una spalla dicendole: “Donna, non piangere”», «cercando di infonderle così, come una scossa, almeno una sorpresa. (…) Incominciando, così, a ricondurla a prendere considerazione di sé. Lei, dopo quell’avvertimento si sarà sentita come stranita; avrà sospeso un istante le sue grida e in quell’istante Gesù le resuscita il figlio» (da Si può vivere così?, pp. 199-200).
Don Giussani racconta di aver contemplato tante volte questo episodio, e con lui vien da dire a Gesù: «Fa’ prima quello che hai fatto dopo qualche minuto. Restituiscile il figlio vivo, e dopo potrai dirle: “Donna, non piangere”. E invece no. Gesù abbandona gli apostoli, fa un passo avanti e dice: “Donna, non piangere!”. (…) È più miracolo questo: “Donna, non piangere!”, che neanche la risurrezione stessa del figlio. La fede ci fa partecipare a questo amore senza confine all’uomo, all’altro» (da L’io, il potere, le opere, pp. 142-144). Tanto che in quel momento, vicino alla porta di Nain, tra quella gente attonita si compiono due eventi inimmaginabili. Tre parole pronunciate da Chi solo poteva pronunciarle. Da Chi solo poteva dare speranza al dolore apparentemente senza speranza, il dolore che vince tutto, che non ha nessuna attesa di risposta. È un Dio che ama davvero: «Un Dio glaciale, di cristallo freddo, opererebbe tranquillamente la resurrezione come opera la creazione», don Giussani si commuove di fronte a questo Dio commosso: «Sarebbe stato più dignitoso, quasi, per Dio… anzi, senza quasi; sarebbe stato più dignitoso per Dio dire: “Alzati!” e restituirlo a sua madre. Dire “Donna, non piangere!” è come cedere qualche cosa. Cede, è come cedere: è un uomo, è un uomo… Dio è un uomo, è più uomo dell’uomo: si chiama compassione, la gratuità di Dio è piena di compassione» (da Si può (veramente?!) vivere così?, pp. 487-489).
Giovanotto, alzati
Poi quello che accadde è quello che in fondo ci si aspetta - in fondo, in modo inconfessato, ma inevitabile -. Qualcosa di gratuito, di imprevedibile ma a questo punto atteso. I portatori si fermano, Gesù si accosta alla bara, parla al ragazzo. «Dico a te, giovanotto, alzati», e il morto si leva e incomincia a parlare. E Gesù lo consegna alla madre. E tutti glorificano Cristo e annunciano che è sorto un grande profeta .
Ma è strano, davvero strano, che prima del miracolo si ricordano quelle parole, come si ricordano le lacrime di Gesù davanti al sepolcro di Lazzaro.
C’è soltanto una chiesetta francescana oggi a Nain e il villaggio è interamente musulmano. Ci sono le tracce del cimitero dove veniva portato il ragazzo, e non sappiamo cosa sia accaduto poi di quella donna e di quel ragazzo, e cosa si siano detti dopo, ma certo l’Ombra non c’era più e splendeva il sole e non c’era più quel terribile freddo: e ricordiamo il posto e sappiamo che in ebraico Nain vuol dire “grazioso”, e doveva essere un luogo bello e pieno di grazia quel paesino davvero piccolo e ignorato dal mondo che è rimasto così nella storia. È il luogo dove Colui che ha fatto ogni cosa ha dato un senso e una speranza al dolore e al pianto. E mentre gli altri guardavano in silenzio lo strazio di quella donna o se ne allontanavano, nascondendo con il pudore l’intollerabile lacerazione che quelle lacrime facevano echeggiare nell’ animo, quell’Uomo ha detto ciò che ognuno vuol sentirsi dire, vuol veramente sentirsi dire, ogni attimo. «Non piangere». Perché il pianto non è il destino, non è il destino inevitabile. Ed era arrivato Qualcuno che poteva dire «Non piangere», che dice «Non piangere» e lo ripete ogni giorno. E Nain è per tutti da allora un luogo caro e prezioso per quella attenzione che Dio ha avuto per tutti noi, e per quella madre, per quella vedova.
Il centurione
Il soldato e il suo schiavo
DI ALESSANDRO ZANGRANDO
Era un uomo potente, abituato a comandare, ma verso Gesù è capace di un comportamento delicato, ai limiti della timidezza. È la testimonianza della fede, dell’umile stupore di un incontro con il mistero che ti cambia il cuore. È il caso del centurione di Cafarnao. Gesù è tornato nella città sulle rive del lago di Tiberiade dopo il Discorso della Montagna. Qui era di guarnigione un centurione romano che faceva parte quasi sicuramente delle truppe del tetrarca Erode Antipa. Adorava le divinità pagane ma questo non gli impedì di far costruire con le proprie finanze la sinagoga, un gesto che testimonia una certa simpatia e rispetto per gli ebrei, un tempio dove proprio Gesù entrò per pregare e predicare. La bontà di cuore dell’ufficiale è dimostrata anche dalla grande apprensione per le condizioni di salute di uno schiavo che amava come un figlio. Il centurione aveva tentato di curarlo in ogni modo, ma l’uomo continuava a stare male, al punto di essere in pericolo di vita. Il militare aveva sentito parlare di Gesù, dei suoi miracoli ma, non conoscendolo personalmente, non osava avvicinarlo. Manda così un’ambasciata di un gruppo di anziani che pregano insistentemente Gesù: «Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano, perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga» (Lc 7,4-5).
La casa del pagano
Gesù si incammina con gli anziani, si avvicina verso la casa dell’ufficiale quando gli viene incontro una seconda ambasciata. Alla sensibilità del centurione non sfugge che la sua casa è quella di un pagano, nella quale un ebreo non poteva mettere piede senza sentirsi contaminato (vedi Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù, Mondadori, Milano 1989). È per questo motivo che gli amici del centurione riportano un suo messaggio a Gesù: «“Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono uomo sottoposto a un’autorità, e ho sotto di me dei soldati; e dico all’uno: Va’ ed egli va, e a un altro: Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa”. All’udire questo Gesù restò ammirato e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse: “Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!”. E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito» (Lc 7,6-10). Insomma, il centurione tenta di giustificare il rispetto e l’umiltà verso Gesù dando esempio del proprio spirito soldatesco. I romani a quel tempo lo chiamavano imperium, oggi la definiremmo disciplina militare, quella che si richiedeva ai propri sottoposti, ricevendo obbedienza. Il centurione chiede allora al Messia che sia Lui a esercitare l’imperium: non si abbassi a entrare in casa, ma pronunci solo una parola. Così fu: la parola dell’imperium viene pronunciata da Gesù, ed ecco il miracolo.
Una grande fede
Certo, lo schiavo del centurione è stato guarito, l’obiettivo è stato raggiunto. Ma al centro del racconto questo evento passa quasi in secondo luogo. Il vero protagonista è invece la “grande fede”, che nasce da un incontro, da un avvenimento concreto che cambia la vita. Una presenza alla quale si può solo abbandonarsi. Così ce lo spiega don Giussani. «Che cosa dunque dobbiamo fare se non tenere fisso lo sguardo su Gesù? Questa è la conversione: voltarsi (in latino si dice proprio converti) per “stare attenti a” qualcosa o qualcuno da cui ci siamo sentiti interpellati. Volgersi, come Zaccheo, e immergersi nella sua presenza. O come il centurione che, avendo un servo malato, lo aveva mandato a chiamare perché lo salvasse. Quando il centurione vide Gesù; quando la samaritana si sentì guardata e descritta in tutto; e quando l’adultera si sentì dire: “Neanch’io ti condanno, va e non sbagliare più”; quando Giovanni e Andrea si videro quel volto fissarli e parlargli: fu un immergersi nella sua presenza».
Adorabile semplificazione
Ecco che cosa insegnano le poche righe dell’episodio del centurione: dalla verità arriva il cambiamento, dalla contemplazione del mistero, dall’abbandono all’emergere di un avvenimento arrivano tutte le risposte faticosamente ricercate. Insomma, Gesù ci offre un’adorabile semplificazione della realtà, alla quale è più facile obbedire che divincolarsi. Così continua Giussani: «Immergerci nella presenza di Cristo che ci dà la sua giustizia, guardarlo: questa è la conversione che ci cambia alla radice; vale a dire: che ci lascia perdonati. Basta riguardarlo, basta ripensarlo, e siamo perdonati. Ma rileggiamo l’inizio dell’ultima preghiera di Gesù: “Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: ‘Padre, è giunta l’ora; glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse’”» (Gv 17,1-5) (Esercizi della Fraternità 1987, pp. 14-15).